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Presentazione della rivista
Forse qualche lettore di buona memoria ricorderà ancora un messaggio promozionale trasmesso in televisione più di una quindicina di anni fa: un’anziana signora si spostava lungo il perimetro di un muro, concentrata nella lettura di un racconto che vi era scritto sopra. Al termine del tortuoso percorso, la storia si interrompeva e una voce invitava la donna a recarsi in libreria per conoscerne la fine.

Il linguaggio pubblicitario contiene inevitabilmente un doppio messaggio: il primo, quello commerciale, mira a evidenziare la mancanza e a suscitare un bisogno; il secondo, più sincero perché inconscio, rivela la visione del mondo propria al suo autore. Nel caso in questione, il filmato, pur con tutti i suoi buoni propositi, involontariamente confermava due tra i luoghi comuni più radicati nella testa di chi non ha mai aperto un libro: la lettura intesa come attività per anziani e il retaggio scolastico della difficoltà.

Eravamo agli inizi degli anni novanta e cominciava quella profonda ristrutturazione produttiva che avrebbe ridotto l’Impresa a semplice contenitore organizzativo di risorse, rivoluzionato il mercato del lavoro e i suoi rapporti di produzione, e sconvolto l’intera struttura sociale del paese. E il cambiamento, naturalmente non ha risparmiato l’editoria. D’un tratto il motto è diventato: vendere! Vendere! Lasciare perdere i contenuti e vendere!

Il fatto che un simile messaggio pubblicitario sia nato proprio in quella congiuntura storica lo rende un efficace indicatore; uno di quei messaggi che, con toni sfumati, sintetizzano i grandi rivolgimenti epocali. Tale cambiamento è la risultante di un insieme di pratiche che la nostra cultura “ufficiale”, coinvolta attraverso la consacrazione, non ha mai denunciato né mostra interesse a denunciare.

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